Noi comunichiamo continuamente. Parliamo, scriviamo, gesticoliamo, rispondiamo, restiamo in silenzio. Eppure raramente ci fermiamo a chiederci che cosa stiamo davvero facendo quando comunichiamo.
La parola comunicare deriva dal latino communicare, che significa mettere in comune, condividere, rendere partecipe. Alla base troviamo communis, cioè comune, formato da cum, “con”, e munus, termine molto ricco che può significare dono, compito, servizio, incarico. Comunicare, quindi, non significa soltanto trasmettere informazioni: significa offrire qualcosa all’altro e costruire uno spazio comune in cui un significato possa essere accolto, interpretato e condiviso.
Ogni comunicazione autentica è anche una forma di relazione. Parlo per esprimermi e per mettere qualcosa tra me e l’altro: un pensiero, un’emozione, una domanda, un’immagine del mondo. Qualcosa che, almeno in parte, può diventare nostro.
Per questo comunicare è uno dei modi fondamentali con cui stiamo al mondo. Riguarda emozioni, le interpretazioni, i silenzi, i gesti e il modo in cui abitiamo la relazione.
La filosofia, da questo punto di vista, ha molto a che fare con il comunicare. Nasce nel dialogo, nel confronto tra persone. La parola filosofia significa amore per il sapere, ma potremmo anche leggerla come amore per lo scambio del sapere: il sapere, quando diventa filosofia, non resta chiuso dentro una persona, ma viene interrogato, condiviso, messo alla prova.
Molti filosofi hanno affidato le loro idee alla scrittura: Platone, Marco Aurelio, Spinoza, Kant. Altri, invece, hanno scelto soprattutto la parola viva e il dialogo, come Socrate ed Epitteto. Ma, al di là della forma scritta o orale, ciò che accade è sempre uno scambio: di idee, domande, visioni del mondo.
La comunicazione, però, non è sempre lineare. Non è sempre chiara, immediata, trasparente. Anzi, spesso è il luogo dell’equivoco, dell’interpretazione, del fraintendimento e, a volte, anche del mistero. E allora possiamo partire da una forma di comunicazione potentissima, spesso sottovalutata: il silenzio.
Il silenzio comunica
Uno dei principi più noti della pragmatica della comunicazione umana, legato alla Scuola di Palo Alto, afferma che è impossibile non comunicare. Questo significa che anche quando non parliamo stiamo comunque dicendo qualcosa. Anche quando tacciamo, comunichiamo.
Il silenzio non è neutro. Non è vuoto. Il silenzio comunica.
Può comunicare distanza, chiusura, tensione, rifiuto, rabbia.
Pensiamo a due persone che smettono di parlarsi: quel silenzio dice cose che, a volte, nemmeno urlando si riuscirebbero a esprimere.
Ma il silenzio può anche comunicare l’opposto: intimità, fiducia, comprensione.
Pensiamo a due amici, a due partner, a una madre e un figlio. Ci sono silenzi pieni, silenzi carichi di significato, silenzi in cui non manca nulla.
La comunicazione, allora, sta nel modo in cui entriamo in relazione. Sta in ciò che l’altro percepisce. Sta in ciò che accade anche quando non ci diciamo nulla.
Il silenzio è quindi un grande elemento del comunicare, ma è anche uno spazio enorme di interpretazione.
Pensiamo a una situazione semplice: mando un curriculum e l’azienda non mi risponde. Che cosa significa quel silenzio?
- Posso pensare: “Non vado bene”
- “Hanno già trovato qualcuno”
- “Il mio curriculum non è adeguato”
- “Mi manca esperienza”.
Più passa il tempo, più le interpretazioni aumentano. Ma potrebbe anche essere altro.
- Magari il curriculum è finito nello spam.
- Magari non è stato ancora letto. Magari in azienda c’è stata un’urgenza.
- Magari la mancata risposta non riguarda affatto il mio valore personale.
Lo stesso accade nelle relazioni. Quando una persona non risponde, non richiama, non scrive, posso pensare che ce l’abbia con me, che non mi abbia ascoltato, che non mi abbia capito, che non voglia più parlarmi. E invece magari non ha semplicemente visto il messaggio.
Questo ci porta a un punto fondamentale: comunicare non è solo esprimere. È anche interpretare.
Interpretiamo un gesto, un silenzio, un’azione, una non-azione. Anche il cosiddetto ghosting, quando una persona sparisce nel silenzio, è una forma di comunicazione. Ambigua, dolorosa, spesso difficile da decifrare, ma comunque comunicativa.
Le molte forme del silenzio
Il silenzio non ha un solo significato. Cambia a seconda del contesto, della relazione, dell’intenzione.
Sofocle, nell’Aiace, scriveva: “Donna, alle donne il silenzio reca grazia”. È una frase che oggi ci appare chiaramente figlia di una cultura patriarcale e sessista. Nel testo è pronunciata da Aiace alla moglie Tecmessa. Oggi una frase così può farci rabbrividire, perché dietro c’è una visione di controllo: il silenzio non è scelto, ma imposto.
Eppure anche questo ci dice qualcosa. Il silenzio, nella storia, non è stato solo spiritualità, saggezza o ascolto. È stato usato anche come strumento di potere.
Possiamo allora chiederci: quanto di quel modo di pensare è arrivato fino a noi? Che cosa è cambiato? Che cosa resiste ancora?
C’è poi il silenzio come saggezza. A Pitagora viene attribuita questa frase: “Impara a tacere, o a dire cose più importanti del silenzio”. Non è semplicemente un invito a parlare di meno. È il riconoscimento che il silenzio ha un valore proprio, una sua dignità.
Il silenzio può essere prudenza: la capacità di fermarsi prima di dire qualcosa di inutile, affrettato o dannoso. Può essere misura: il senso del limite, la consapevolezza che non tutto deve essere detto e che non ogni pensiero deve diventare parola.
A volte comunicare bene significa proprio saper tacere. Non un tacere passivo o vuoto, ma un silenzio pieno, intenzionale, capace di lasciare spazio all’altro e di aprire la comprensione.
Blaise Pascal offre un altro spunto potente quando scrive: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restare tranquilli in una stanza”. Qui il silenzio diventa introspezione. Pascal ci dice che spesso non è il mondo esterno a renderci inquieti, ma la difficoltà di stare con noi stessi, senza distrazioni, senza rumore, senza fuga.
Restare in silenzio significa incontrarsi davvero. Significa ascoltare i propri pensieri, le proprie paure, i propri desideri. E questo per molti è difficile, perché il silenzio non copre: rivela.
Kahlil Gibran porta il silenzio a un livello ancora più profondo: “Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto è una povera traduzione”. Qui l’idea è che le parole, per quanto preziose, siano sempre limitate. Cercano di esprimere ciò che viviamo, ma non riescono mai a restituirlo completamente.
Pensiamo a un dolore intenso, a una gioia profonda, a uno sguardo che dice tutto senza dire nulla. In quei momenti le parole sembrano insufficienti, non perché manchino, ma perché non bastano.
Victor Hugo sintetizza un’altra forma di silenzio con una frase essenziale: “Le grandi passioni sono mute”. Qui il silenzio non è prudenza, né introspezione, né limite del linguaggio. Diventa pienezza. È il silenzio di ciò che è così intenso da non aver bisogno di parole.
Ma esiste anche un lato più duro del silenzio. George Bernard Shaw diceva: “Il silenzio è la più perfetta espressione del disprezzo”. Qui il silenzio non apre, ma chiude. Non lascia spazio all’altro, ma interrompe il dialogo. Può essere percepito come rifiuto, distanza, mancanza di riconoscimento.
Il silenzio, dunque, non è mai uno solo. Può essere apertura o chiusura, relazione o rottura, ascolto o rifiuto. Dipende dall’intenzione, dal contesto e dalla relazione.
Comunicare bene significa anche saper scegliere che tipo di silenzio usare. Perché il silenzio può costruire, ma può anche ferire.
Wittgenstein e i limiti del linguaggio
A questo punto entra in scena Ludwig Wittgenstein, uno dei filosofi più importanti del Novecento quando si parla di linguaggio e dei suoi limiti.
Wittgenstein nasce nel 1889 in una delle famiglie più ricche dell’Impero austro-ungarico, ma rinuncia a gran parte della sua eredità. Vive in modo essenziale, fa l’insegnante, il soldato durante la Prima guerra mondiale, e poi torna alla filosofia attraversando profondi cambiamenti anche nel suo modo di pensare.
Nella sua opera più famosa, il Tractatus logico-philosophicus, arriva a una conclusione diventata celebre:
“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.
Detta così può sembrare una frase dura, quasi un invito a stare zitti quando non si sa spiegare qualcosa. Ma il punto è molto più profondo. Wittgenstein ci sta dicendo che il linguaggio ha dei limiti.
Siamo abituati a pensare che con le parole possiamo dire tutto. Ma non è così. Le parole funzionano bene quando devono descrivere fatti. Se dico “questo tavolo è marrone”, ci capiamo. Se racconto un evento, riusciamo a seguirlo.
Ma ci sono esperienze che non funzionano così.
Immaginiamo una scatola chiusa. Dentro c’è un oggetto. Una persona infila la mano, lo tocca, lo sente. Sa com’è: magari è morbido, freddo, ruvido, leggero. Quella persona ha un’esperienza reale. Sa qualcosa.
Ma immaginiamo che non possa parlare. Può solo fare gesti, muovere le mani, cambiare espressione. Noi che guardiamo proviamo a indovinare. Qualcuno penserà che l’oggetto sia duro, qualcun altro che sia freddo, qualcun altro ancora che sia leggero. E magari nessuno indovina davvero.
Che cosa è successo? È successo che quella persona sapeva, aveva un’esperienza, ma tra ciò che sentiva e ciò che riusciva a trasmettere c’era una distanza.
Wittgenstein ci dice qualcosa di simile: ci sono cose che possiamo esperire, ma non possiamo dire fino in fondo. Possiamo provarci, possiamo avvicinarci, possiamo usare mille parole, ma non riusciamo mai a trasferire completamente quell’esperienza.
Pensiamo al dolore. Io posso raccontare il mio dolore, descriverlo, usare immagini. Tu puoi capirmi fino a un certo punto, puoi entrare in empatia, ma non potrai mai sentirlo esattamente come lo sento io.
Il linguaggio arriva fino a un confine. Oltre quel confine non è che non ci sia nulla. C’è qualcosa, ma non si lascia dire completamente. Forse si lascia solo mostrare.
Quella frase di Wittgenstein è un invito a riconoscere che non tutto ciò che conta può essere detto. Alcune cose importanti non si dicono: si vivono, si mostrano, si condividono in modi che vanno oltre le parole.
Che cosa grida la nostra vita mentre parliamo?
C’è una frase attribuita a Ralph Waldo Emerson che dice:
“Ciò che sei grida così forte che non sento ciò che mi stai dicendo”.
È una frase molto potente, perché ci porta dentro uno dei grandi temi della comunicazione: noi non comunichiamo soltanto con le parole.
- Comunichiamo con il tono, con lo sguardo, con il modo in cui abitiamo lo spazio, con la coerenza o l’incoerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo.
- Comunichiamo con le nostre scelte, con le nostre assenze, con le nostre priorità, con il modo in cui trattiamo gli altri quando non abbiamo nulla da guadagnare.
Possiamo dire parole bellissime: “ti rispetto”, “mi interessa quello che pensi”, “per me è importante”, “sono disponibile”, “credo nella collaborazione”. Ma poi c’è il modo in cui viviamo quelle parole.
C’è il modo in cui ascoltiamo davvero o non ascoltiamo. Il modo in cui interrompiamo, giudichiamo, imponiamo, rimandiamo, dimentichiamo, accogliamo, riconosciamo un errore.
Allora: “Che cosa grida la mia vita mentre la mia bocca parla?“
- Se dico di essere affidabile, ma non mantengo mai gli impegni, ciò che comunica non è la mia dichiarazione di affidabilità, ma la mia incoerenza.
- Se dico di credere nell’ascolto, ma ogni volta che qualcuno parla lo correggo, lo sovrasto o lo interrompo, ciò che comunica non è la mia teoria dell’ascolto, ma la mia difficoltà ad ascoltare.
Questo è un punto decisivo per chi lavora nella comunicazione, nella formazione, nella relazione d’aiuto, nell’educazione, nel coaching: la comunicazione è anche una forma di verità personale che viene alla luce.
Socrate: comunicare è far nascere
Dopo aver parlato del silenzio, possiamo arrivare a uno dei più grandi maestri del dialogo: Socrate.
Socrate vedeva il dialogo come una forma di maieutica. La maieutica è l’arte di far partorire. Dialogare significa aiutare a far nascere qualcosa, non mettere dentro idee dall’esterno, ma far emergere ciò che è già presente, magari in forma confusa, implicita, non ancora chiara.
La comunicazione, allora, serve a tirare fuori. A far emergere. A dare forma a qualcosa che era ancora indistinto.
In questo senso il dialogo diventa uno strumento potentissimo: è una leva, un aiuto alla nascita.
Socrate utilizzava, tra le altre cose, domande e ironia. L’ironia era filosofica: un modo per mettere in crisi le certezze, per smontare convinzioni troppo sicure, per portare l’altro a rendersi conto che forse non sa davvero ciò che crede di sapere.
C’è poi un aspetto affascinante: Socrate non ha lasciato testi scritti. Tutto ciò che sappiamo di lui ci arriva attraverso altri: Platone, Senofonte, Aristofane e altre testimonianze.
Noi conosciamo Socrate per mediazione. Attraverso racconti, interpretazioni, filtri.
E questo apre un altro tema importante:
- quanto di ciò che sappiamo è davvero ciò che è stato detto?
- E quanto è il risultato di mediazioni, racconti, interpretazioni?
Tra ciò che uno dice e ciò che l’altro capisce si apre sempre uno spazio. A volte piccolo. A volte enorme. A volte un vero abisso.
Aletheia: la verità come disvelamento
A questo punto arriviamo al tema della verità.
Per i Greci la verità era aletheia. La parola può essere letta come composta da a, prefisso privativo, e lethe, oblio, dimenticanza. Aletheia significa quindi non-oblio, ciò che non è nascosto, ciò che non è dimenticato.
La verità, in questa prospettiva, è qualcosa che viene alla luce: un togliere il velo dalle cose. È un’emersione da ciò che era coperto.
Qui è interessante ricordare il fiume Lete nella mitologia greca. Il Lete era uno dei fiumi dell’oltretomba. Le anime bevevano le sue acque e dimenticavano. Il Lete era il fiume dell’oblio. Chi beveva da quelle acque perdeva la memoria, perdeva il contatto con ciò che era stato, veniva separato dalla propria storia.
Allora comprendiamo meglio perché aletheia sia una parola così suggestiva. Se il Lete è l’oblio, aletheia è il movimento contrario. È ciò che resiste al fiume dell’oblio. È ciò che non viene inghiottito dalle acque della dimenticanza. È ciò che riemerge.
Molto più avanti Heidegger riprenderà proprio questa intuizione: la verità non è solo correttezza del giudizio, ma disvelamento. Qualcosa si mostra. Qualcosa che prima era nascosto ora emerge.
E forse la comunicazione umana funziona spesso così. Non rivela soltanto ciò che vogliamo dire. Rivela anche ciò che siamo.
Nel dialogo, nel confronto, nelle reazioni, nei nostri silenzi, qualcosa di noi si disvela.
La verità come affidabilità
La verità ha anche un altro volto: quello dell’affidabilità.
Una cosa vera è qualcosa su cui posso contare. Una persona vera è una persona che non si limita ad apparire, ma che mantiene una certa consistenza, una certa autenticità. È una persona le cui parole hanno peso perché sono sostenute dai comportamenti.
Non nel senso che sia perfetta, perché nessuno lo è. Ma nel senso che prova a stare in rapporto coerente con ciò che dice.
Quando diciamo “mi fido di te”, che cosa stiamo dicendo davvero?
- Stiamo dicendo: “Credo che la tua parola abbia consistenza”.
“Credo che ciò che dici non sia solo suono, ma impegno”.
“Credo che tra ciò che mi mostri e ciò che mi dici non ci sia una frattura troppo grande”.
La verità, allora, nella comunicazione ha due volti.
- Da un lato è disvelamento: qualcosa viene alla luce.
- Dall’altro è affidabilità: le parole diventano vere quando sono abitate, quando non restano formule vuote, quando prendono corpo nei gesti, nelle scelte, nella continuità.
E qui torniamo alla domanda di prima: “Che cosa grido mentre parlo?”
- Posso dire “sono tranquillo”, ma il mio corpo può gridare tensione.
Posso dire “non sono arrabbiato”, ma il mio tono può comunicare risentimento.
Posso dire “mi interessa il tuo punto di vista”, ma il mio sguardo può gridare impazienza.
La comunicazione autentica nasce quando cominciamo a vedere questa distanza, per conoscerci. In questo senso non serve a darci una maschera più elegante, ma serve a toglierla.
Ci aiuta a chiederci:
- dove sono vero?
- Dove sto recitando una parte?
- Dove le mie parole sono in anticipo rispetto alla mia vita?
- Dove sto dicendo qualcosa che non sono ancora capace di incarnare?
Non sempre l’incoerenza è falsità volontaria. A volte è immaturità. A volte è desiderio non ancora trasformato in pratica. Posso dire “voglio essere più paziente” e non esserlo ancora. Posso dire “voglio ascoltare meglio” e accorgermi che faccio fatica. Posso dire “voglio essere più giusto” e scoprire che dentro di me abitano ancora paure, pregiudizi, difese.
Il problema non è soltanto avere una distanza tra ciò che diciamo e ciò che siamo. Il problema è non vederla, non interrogarla, non lavorarci.
Il dialogo come ricerca
Socrate non si presentava come uno che possedeva la verità e la consegnava agli altri. Si presentava come uno che faceva domande. Il suo “so di non sapere” è anche una postura comunicativa.
Significa: non parto dal presupposto di possedere già il senso delle parole che uso.
- Se dico giustizia, devo chiedermi che cosa intendo.
- Se dico bene, devo chiedermi che cosa intendo.
- Se dico successo, felicità, libertà, amore, rispetto, responsabilità, devo fermarmi e domandare: sto usando parole vere o parole automatiche?
Molte incomprensioni nascono proprio qui: usiamo le stesse parole, ma non intendiamo le stesse cose. Dialogare profondamente significa chiedere:
- “Quando dici questa parola, che cosa intendi?”
- “Da dove nasce questa convinzione?”
- “Che cosa stai cercando di proteggere?”
- “Che cosa hai paura di perdere?”
- “Che cosa è per te giusto?”
- “Dove siamo vicini?”
- “Dove siamo lontani?”
- “E questa distanza che cosa ci insegna?”
In questo senso il dialogo serve a disvelare, a far emergere ciò che era implicito: presupposti, emozioni, giudizi, valori, ferite, attese. Ed è qui che la comunicazione diventa profondamente filosofica, perché non riguarda più soltanto il parlare bene, ma il vivere in modo più vero.
Comunicare bene non significa manipolare
Parlare bene non significa semplicemente essere efficaci. Una persona può essere efficacissima e manipolatoria. Può usare bene la parola per coprire, sedurre, confondere, dominare.
La buona comunicazione è etica. Chiede responsabilità, cura, coerenza tra ciò che dico e ciò che produco nell’altro. Ogni parola genera effetti. Può aprire o chiudere. Può ferire o custodire. Può chiarire o confondere. Può dare dignità o toglierla.
Allora possiamo tornare ancora una volta alla domanda: “Che cosa grido?”
- Forse grido fretta.
- Forse grido bisogno di controllo.
- Forse grido paura di non valere.
- Forse grido sfiducia.
- Forse grido disponibilità, cura, presenza.
- Forse grido una promessa che sto ancora imparando a mantenere.
E poi: che cosa sto solo dicendo?
- Dico che voglio cambiare, ma continuo a scegliere le stesse abitudini.
- Dico che voglio ascoltare, ma preparo la risposta mentre l’altro parla.
- Dico che voglio essere libero, ma resto prigioniero del giudizio degli altri.
Questa distinzione tra ciò che grido e ciò che dico è una grande occasione di lavoro su di sé. Non per diventare perfetti, ma per diventare più integri, più consapevoli, più capaci di far coincidere, almeno un po’ di più, parola e vita.
Gadamer: comprendere è incontrarsi
A questo punto possiamo richiamare Hans-Georg Gadamer, uno dei principali filosofi del Novecento e padre dell’ermeneutica filosofica contemporanea.
Nella sua opera più celebre, Verità e metodo, Gadamer ci invita a ripensare il significato della comprensione.
Comprendere, per lui, significa vivere un’esperienza dialogica. Noi non comprendiamo mai partendo da zero. Entriamo in ogni dialogo con la nostra storia, i nostri pregiudizi, le nostre esperienze, il nostro modo di vedere il mondo.
Per Gadamer il pregiudizio non è semplicemente qualcosa da eliminare. È anche la condizione da cui partiamo per comprendere. Noi interpretiamo sempre a partire da un orizzonte.
La comprensione autentica avviene quando il nostro orizzonte incontra quello dell’altro: una persona, un testo, una tradizione. Gadamer chiama questo processo “fusione di orizzonti”: significa che nell’incontro qualcosa si trasforma. Il mio orizzonte si allarga, il tuo orizzonte si modifica, nasce uno spazio nuovo.
Quando leggiamo un testo antico, ad esempio, lo leggiamo inevitabilmente con il nostro sguardo contemporaneo. Ma se entriamo davvero in dialogo con quel testo, possiamo scoprire significati che cambiano il nostro modo di vedere il mondo.
Lo stesso accade in una conversazione quotidiana. Non comprendiamo davvero l’altro quando semplicemente ascoltiamo le sue parole. Lo comprendiamo quando siamo disposti a mettere in gioco le nostre idee, lasciandoci cambiare dall’incontro.
Per Gadamer, quindi, la verità è qualcosa che accade nel dialogo, nell’arte, nell’esperienza storica, nell’incontro tra orizzonti diversi.
Se portiamo questo dentro il tema del comunicare, emerge una conseguenza molto potente: comunicare è trasformarsi nell’incontro.
Conclusione: comunicare è vivere in modo più vero
Spesso pensiamo di comunicare bene quando siamo chiari, quando scegliamo le parole giuste, quando costruiamo un messaggio efficace. Tutto questo è importante. Ma non basta.
Comunicare significa anche mettere in comune qualcosa di noi.
- Significa abitare la distanza tra ciò che diciamo e ciò che siamo. Significa riconoscere i limiti delle parole, il valore del silenzio, la forza dell’interpretazione.
- Significa chiederci se le nostre parole sono abitate. Se ciò che diciamo trova un riscontro nei gesti, nelle scelte, nelle relazioni.
La filosofia del comunicare è un esercizio pratico. Ci invita a parlare meglio, certo, ma soprattutto a vivere con maggiore consapevolezza ciò che comunichiamo.
Comunichiamo nel modo in cui ascoltiamo. Nel modo in cui tacciamo. Nel modo in cui rispondiamo. Nel modo in cui siamo presenti. Nel modo in cui manteniamo, o non manteniamo, le nostre parole. E forse la domanda più importante non è soltanto:
“Che cosa sto dicendo?”
Ma: “Che cosa sto realmente comunicando?”
Martedì filosofici
Questo articolo nasce dagli appunti della lezione dedicata alla filosofia del comunicare, all’interno del percorso dei Martedì filosofici.
Nei nostri incontri proviamo a leggere alcune grandi idee filosofiche non come concetti lontani dalla vita, ma come strumenti concreti per riflettere sul lavoro, sulle relazioni, sulle scelte e sul modo in cui abitiamo il mondo.
Gli incontri durano 30 minuti e includono materiali di supporto e registrazioni.
Se ti interessa partecipare ai prossimi appuntamenti o avere informazioni, puoi scrivermi form di contatto che trovi nel sito.