Perché il gioco è una cosa tremendamente seria
C’è una parola che associamo quasi automaticamente all’infanzia, al tempo libero, allo svago. Una parola che molti adulti, crescendo, finiscono lentamente per relegare ai margini della propria vita, come se appartenesse a una fase meno importante, meno concreta, meno “produttiva” dell’esistenza.
Quella parola è: gioco.
Quando sentiamo parlare di gioco, immaginiamo spesso qualcosa di leggero. Pensiamo ai bambini che corrono, agli scherzi, ai passatempi, alle partite, ai videogiochi, a qualcosa che interrompe la serietà della vita quotidiana. Come se il gioco fosse una pausa dalla realtà.
Eppure, se osserviamo attentamente la nostra esistenza, scopriamo qualcosa di sorprendente: il gioco non scompare mai davvero. Cambia forma. Si trasforma. Diventa più sofisticato, più simbolico, più nascosto. Ma continua ad accompagnarci per tutta la vita.
Giochiamo quando entriamo in competizione. Giochiamo quando scherziamo con qualcuno. Giochiamo quando utilizziamo l’ironia. Giochiamo quando diciamo: “Facciamo finta che…”. Giochiamo quando interpretiamo un ruolo professionale. Giochiamo quando costruiamo rituali sociali. Giochiamo perfino quando comunichiamo.
In fondo, gran parte della vita sociale funziona attraverso regole condivise, ruoli, simboli, cornici interpretative. E questo dovrebbe già farci intuire qualcosa di importante: forse il gioco non è un’attività marginale dell’essere umano. Forse è una delle sue strutture fondamentali.
Ed è proprio qui che la filosofia ci offre uno sguardo sorprendente. Proviamo a ragionarci sopra.
Il gioco non è il contrario della serietà
Siamo abituati a pensare che il contrario del lavoro sia il gioco. Oppure che il contrario della serietà sia il divertimento. Ma molti filosofi, antropologi e studiosi del Novecento ci mostrano qualcosa di molto diverso: il gioco non è superficialità. Non è assenza di significato. Non è semplicemente evasione.
Lo storico olandese Johan Huizinga, nel suo celebre libro Homo Ludens, arriva addirittura a sostenere che la cultura nasce dal gioco.
Huizinga ci invita a guardare l’essere umano da una prospettiva diversa. Prima ancora di essere Homo sapiens, cioè uomo razionale, o Homo faber, uomo che costruisce e produce, l’essere umano è Homo ludens: un essere che gioca.
Che cosa significa?
Significa che l’uomo crea continuamente mondi simbolici. Costruisce rituali, regole, sfide, rappresentazioni, ruoli. Pensiamo allo sport: ci sono spazi delimitati, norme condivise, vincitori e sconfitti, riconoscimenti, simboli. Ma qualcosa di simile accade anche nella politica, nel diritto, nel teatro, nelle cerimonie sociali e persino in molte dinamiche aziendali.
Il gioco, allora, non è assenza di senso. È una forma di costruzione del senso.
Quando un bambino dice: “Facciamo che io ero il re e tu il cavaliere” non sta semplicemente riempiendo il tempo. Sta costruendo un piccolo mondo simbolico. Sta sperimentando relazioni, ruoli, linguaggi, possibilità. Sta imparando a stare dentro una realtà condivisa. E forse continuiamo a fare la stessa cosa anche da adulti, soltanto in modi più raffinati e meno evidenti.
Il gioco come spazio di libertà
C’è poi un altro elemento fondamentale: il gioco nasce dentro una cornice liberamente accettata. Nella vita quotidiana facciamo moltissime cose perché dobbiamo farle. Lavoriamo, rispettiamo orari, procedure, aspettative, ruoli sociali. Gran parte delle nostre azioni è legata alla necessità.
Nel gioco accade qualcosa di diverso. Entriamo volontariamente, almeno in parte, dentro uno spazio particolare, quindi accettiamo una cornice temporanea decidendo di stare dentro un “come se”: molto importante da un punto di vista sia educativo, ma anche relazionale e formativo.
Il gioco non elimina la serietà ma, almeno temporaneamente, la paura del giudizio definitivo, Perché nel gioco possiamo: sperimentare, sbagliare, tentare strade diverse. osservare noi stessi in movimento.
Ed è proprio per questo che il gioco diventa uno strumento potentissimo anche nella formazione, nel coaching, nella leadership e nella crescita personale. Le persone imparano molto più facilmente quando non si sentono immediatamente condannate da ogni errore.
Il gioco crea uno spazio intermedio: tra realtà ordinaria e pura irrealtà. È una sorta di laboratorio umano in cui possiamo esplorare possibilità nuove senza che tutto diventi subito definitivo.
“L’uomo è pienamente uomo quando gioca”
Ho trovato una riflessioni sul gioco molto interessante di Friedrich Schiller, quando scrive:
“L’uomo gioca solo quando è uomo nel pieno significato della parola, ed è interamente uomo solo quando gioca.”
Queste parole suggeriscono che il gioco non sia qualcosa di infantile, ma una delle esperienze più complete dell’essere umano. Per Schiller dentro il gioco convivono due grandi dimensioni della nostra natura:
- quella sensibile, corporea, emotiva;
- quella razionale, ordinata, strutturata.
Nel gioco c’è energia, spontaneità, coinvolgimento. Ma ci sono anche regole, limiti, forme condivise.
Pensiamo a una partita: senza passione e partecipazione non c’è gioco vivo; ma senza regole il gioco si dissolve nel caos. Ed è interessante perché questo vale anche per la vita: la vera libertà non coincide con l’assenza totale di vincoli, perché la libertà autentica è capacità di muoversi consapevolmente dentro limiti, forme e possibilità.
Il gioco, quindi, ci insegna qualcosa di profondamente umano: possiamo essere creativi senza distruggere ogni regola, possiamo essere liberi senza eliminare ogni struttura.
Gregory Bateson: viviamo dentro cornici
Uno dei pensatori più affascinanti sul tema del gioco è Gregory Bateson.
Bateson osserva, nel suo libro “Verso un’ecologia della mente” qualcosa di apparentemente semplice: due cuccioli che giocano a mordicchiarsi. Se guardassimo soltanto il comportamento esterno, penseremmo a una lotta vera. Eppure non lo è. Perché? Perché esiste una cornice invisibile che dice: “Questo non è un vero combattimento”. Nella modalità così intesa, il gioco diventa lezione sulla comunicazione: molti esseri viventi non comunichiamo soltanto contenuti, ma comunichiamo continuamente anche il modo in cui quei contenuti devono essere interpretati.
Quando diciamo: “Sto scherzando” stiamo creando una cornice. Quando diciamo: “Te lo dico da amico” stiamo creando una cornice. Quando diciamo: “Parliamone seriamente” stiamo creando una cornice diversa.
Allora, molti conflitti nascono dalla cornice dentro cui quelle parole vengono lette. La frase può essere identica. Cambia il mondo interpretativo. Dunque, se è così, noi non viviamo mai i fatti in modo totalmente neutro. Viviamo sempre fatti interpretati.
La mappa non è il territorio
Bateson riprende l’idea che “La mappa non è il territorio”. Questa frase, coniata da Alfred Korzybski, ci dice che le nostre definizioni non coincidono mai completamente con la realtà: un’etichetta non è una persona; un ruolo non esaurisce un’identità; una diagnosi non coincide con tutta la vita di qualcuno.
Eppure quante volte viviamo come se fosse così? “Lui è fatto così.” “Io sono un fallimento.” “Lei è difficile.” “Questo è il mio posto.”
Sono mappe interpretative. Possono contenere qualcosa di utile, ma diventano pericolose quando smettiamo di ricordarci che sono soltanto mappe e, il gioco, ci ricorda continuamente che i significati possono cambiare: un bastone può diventare una spada; una scatola può diventare un castello; una stanza può diventare una nave.
E forse anche nella vita adulta il cambiamento inizia spesso proprio così: quando cambiamo la cornice con cui leggiamo la nostra esperienza.
Il gioco ci riguarda molto più di quanto immaginiamo
Il gioco è presente nella formazione, nelle simulazioni, nel teatro, nello sport, nei colloqui di lavoro, nelle relazioni, nella leadership, nei gruppi, nella comunicazione quotidiana. Ogni volta che entriamo in un ruolo, stiamo in qualche modo interpretando una parte di noi stessi.
La domanda allora consiste nel chiedersi: “Quali giochi stiamo giocando ogni giorno senza rendercene conto?”
Perché il gioco ci mostra qualcosa di profondamente umano: non siamo chiusi dentro un unico significato. Possiamo reinterpretare. esplorare. cambiare prospettiva, costruire nuove cornici, abitare nuovi ruoli. E forse proprio qui si nasconde una forma importante di libertà.
I martedì Filosofici
Queste riflessioni fanno parte del percorso dei miei “Martedì filosofici30 minuti di filosofia pratica”, incontri in cui utilizziamo la filosofia come strumento pratico per leggere in modo più consapevole il lavoro, le relazioni, la comunicazione e la vita quotidiana.